Rinvenuti soprattutto in Nord America e in Asia, i resti dei nodosauridi sono spesso incompleti e di difficilissima interpretazione. Ornitischi quadrupedi erbivori, sono catalogati in vari generi: fra i più importanti vanno ricordati Nodosaurus, privo di spine sul dorso, Struthiosaurus, lungo fino a 2 metri, Polacanthoides, Hylaeosaurus(vedi immagine sopra) e Sauropelta, uno dei più grandi con la sua lunghezza di oltre 7 metri e il peso di quasi 3 tonnellate.
Vissuti dalla fine del Giurassico a quella del Cretacico (da 140 a 65 milioni di anni fa), sono spesso considerati un’unica famiglia con gli ankilosauridi poichè ad essi sono accomunati da una robusta corazza di placche ossee, unica nel mondo dei dinosauri. Anche il nome che è stato dato loro (nodosaurus = "lucertola a nodi"), ricorda questa particolarità, sottolineando come le placche dovessero conferire loro un aspetto bitorzoluto.
Nonostante l’apparenza, è ancora difficile ricostruire in modo attendibile l’aspetto, la struttura, l’ambiente e il comportamento di questi animali: i fossili non sono ancora sufficienti a dare informazioni precise. Un esempio ci è dato dalla scoperta dei primi fossili di nodosauro: al momento del ritrovamento dei primi resti, nell’Inghilterra meridionale, gli studiosi dettero a Polacanthoides-Hylaeosaurus il nome di Hylaeosaurus. Si trattava della sola parte anteriore del corpo, attualmente conservata al British Museum di Londra ancora racchiusa nella roccia, ed è comprensibile che quando Fox scoprì sulla costa dell’isola di Wright una parte posteriore di nodosauro comprendente la coda e le zampe, i paleontologi pensassero subito che questo nuovo fossile (battezzato inizialmente Polacanthus) avesse in qualche modo a che fare con il primo.
Nonostante i nuovi ritrovamenti, però, è ancora impossibile stabilire se i due reperti appartengano o no allo stesso genere. È evidente, a questo punto, quanto aleatorie siano le ricostruzioni proposte; ciò nonostante si può dire che, nei nodosauridi come negli ankilosauridi, la corazza sia la caratteristica morfologica distintiva: rivestiva probabilmente tutto il dorso ed era formata da centinaia di placchette ossee articolate in lunghe file (un po’ come la corazza del nostro armadillo).
Alcuni studiosi ipotizzano che l’armatura dei nodosauridi fosse più sviluppata di quella degli ankilosauridi: avrebbe ricoperto il dorso intero, i fianchi, la testa e la coda, rendendo i movimenti dell’animale difficoltosi e lenti. Altri ribaltano la situazione: i nodosauridi sarebbero stati più liberi dai vincoli della corazza, meno protetti ma più agili, e anche la forma della testa, stretta e allungata, e del collo, decisamente più sottile e allungato, convaliderebbero quest’idea. Su tutta la lunghezza della corazza erano spesso allineate anche grosse spine ossee dalla chiara funzione difensiva. Il considerevole peso del corpo gravava su zampe corte, massicce, le posteriori più lunghe delle anteriori.
I piedi erano larghi e piatti, decisamente simili a quelli dello stegosauro: questi animali dovevano essere lenti e goffi. Ciònonostante, grazie alla corazza, insieme agli ankilosauridi sono considerati il più alto esempio dell’evoluzione degli erbivori in fatto di difesa dai carnivori, sempre più grandi e micidiali. A differenza degli ankilosauridi, tuttavia, i nodosauridi avevano una sola possibilità di difesa: tentata la fuga, potevano chiudersi su se stessi, confidando nella resistenza della corazza. Di fronte all’attacco di un grosso predatore, appiattiti al suolo nascondendo le zampe sotto il corpo pesante, grazie al loro stesso peso diventavano una roccaforte pressochè inespugnabile: se l’aggressore avesse insistito a scagliarsi con forza su di loro, sarebbe difficilmente riuscito a smuoverli ma avrebbe rischiato seriamente di ferirsi sulle grosse spine del dorso. Solo agendo in gruppo i carnivori del Cretacico avevano qualche possibilità di superare questa solida difesa passiva: solo capovolgendo la preda potevano scoprire la regione del corpo vulnerabile, e sferrarle colpi mortali. Varie osservazioni fanno pensare che anche questi dinosauri popolassero prevalentemente le regioni aride della Terra, se non addirittura i deserti: in primo luogo il rivestimento di placche e spine può essere considerato un "espediente" fisiologico per limitare l’eccessiva perdita di liquidi per traspirazione; in secondo luogo, la forma dei denti, frastagliati e chiaramente troppo deboli per masticare tessuti vegetali coriacei, indicherebbe che questi animali avevano una dieta basata prevalentemente su piante dalle foglie e dai frutti molto succosi, piante, dunque, con caratteristiche tipiche dei vegetali che crescono, appunto, nei deserti.

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