I plateosauridi ebbero una diffusione vastissima: i loro resti fossilizzati affiorano in Europa meridionale, in tutta l’America, nell’Asia e nell’Africa.
Saurischi, quadrupedi e bipedi facoltativi, erano erbivori specializzati per le grandi altezze. Sono stati suddivisi in vari generi che a loro volta presentano numerose specie descritte; la loro variabilità ossea, tuttavia, rende la validità tassonomica di questi raggruppamenti molto controversa. Non è chiaro, per esempio, se Euskelosaurus, a cui appartengono le 7 specie giganti della famiglia Plateosauridi, debba essere incluso invece nella famiglia dei Melanosauridi: far ciò comporterebbe l’inclusione in questa stessa famiglia anche di altri generi come Riojasaurus, Roccosaurus e Thotobolosaurus, oggi riuniti nella famiglia dei Roccosauridi.
Erano animali di dimensioni considerevoli: Massospondylus aveva una lunghezza massima di 4 metri, Lufengosaurus arrivava a 6 metri di lunghezza, Plateosaurus (vedi foto sopra) a 8 Euskelosaurus addirittura a 12 metri: ritti sulle zampe posteriori e col collo teso, molti potevano raggiungere le fronde più alte, fino a 5 metri dal suolo. Solo Aristosaurus e Ammosaurus erano relativamente piccoli, raggiungendo una lunghezza massima di 1 metro e mezzo il primo e di 2 metri e mezzo il secondo: è probabile che si muovessero quasi sempre appoggiando tutte le zampe, nutrendosi delle piante più basse. Un adulto delle specie più grandi poteva raggiungere un peso fra 15 e 18 quintali. Furono i più grandi dinosauri del Triassico, e i reperti fossili risalgono a un periodo compreso tra il Triassico superiore e il Giurassico inferiore (fra 210 e 190 milioni di anni fa).
In particolare, essi si distinguono per la forma dei denti, appuntiti e taglienti, e per la presenza di un robusto legamento osseo che lega il bacino alla colonna vertebrale; allo stesso tempo, anche la morfologia di altre parti del corpo è caratteristica di questo gruppo di dinosauri. La testa, per esempio, è piccola e allungata, alleggerita da numerose finestre; il collo, abbastanza lungo, è tozzo e forte, il corpo è pesante; gli arti, anch’essi tozzi e muscolosi, sono di lunghezza diversa, come nella maggior parte dei dinosauri: quelli anteriori più corti di quelli posteriori. Animali di grosse dimensioni, quasi certamente non potevano restare per lunghi periodi in posizione eretta sulle zampe posteriori, anche se in queste circostanze, la coda molto sviluppata e larga alla base poteva bilanciare il peso del corpo e costituire un sostegno efficace. Le zampe terminano con mani e piedi a 5 dita: l’ultimo dito, che sporge lateralmente, doveva consentire una perfetta presa sul terreno quando l’animale camminava a quattro zampe. Il pollice, ma (in misura minore) anche l’indice e il medio, hanno forti artigli la cui funzione è controversa: è probabile che venissero utilizzati per avvicinare alla bocca e trattenere i rami durante il pasto, oppure che servissero come armi di difesa; alcuni studiosi ipotizzano anche che essi venissero impiegati dal maschio per trattenere al femmina durante l’accoppiamento. Dall’esame delle impronte fossilizzate lasciate dal passaggio di questi dinosauri (impronte di 5 dita e impronte di 3 sole dita), si può dedurre che i plateosauridi fossero generalmente quadrupedi, ma che fossero anche in grado di correre (almeno per brevi tratti) sollevati sulle sole zampe posteriori, come ancora succede nel caso di alcuni sauri viventi.
È molto probabile che i plateosauridi avessero sviluppato abitudini sociali molto evolute: lenti, privi di armi difensive efficienti, se isolati dovevano essere prede relativamente facili per i grandi teratosauridi affamati. Una vita di branco, invece, avrebbe aumentato notevolmente le probabilità di sopravvivenza di ciascun individuo. L’ipotesi che i plateosauridi vivessero in grandi branchi viene confermata, in un certo senso, dal ritrovamento di grandi "cimiteri" (in due località a sud di Stoccarda): la presenza di molti scheletri di uno stesso tipo di dinosauri accatastati in uno stesso luogo, infatti, fa supporre che i grandi branchi affrontassero periodiche migrazioni, alcune delle quali si sarebbero concluse in modo drammatico. Questa interpretazione, tuttavia, non soddisfa molti studiosi: essi pensano infatti che questi "cimiteri" siano dovuti soltanto alla casuale forza delle acqua, che avrebbero trascinato in uno stesso luogo le carcasse di individui isolati. Ciò farebbe supporre, dunque, che i dinosauri non vivessero in branchi, ma che popolassero con alte densità particolari zone della Terra.

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